#6 LATO SELVATICO

Monkeyphoto #6

Lato SelvaticoAlessandro Ciccarelli

print in summer 2017
one-page zine, 44x22cm, Indigo print on Fedrigoni X-Per 140gr.
12 photos
price: 4€

[english versione below]

La parola natura deriva da natus, nascere, e urus, e significa forza che genera.
La parola selvatico deriva da selva, che ha la stessa radice di sole, e vuol dire ardere.
La parola wilderness deriva dall’inglese antico wildeornes, dove deor è l’animale della foresta, e significa, in senso lato, un luogo di pericolo e difficoltà in cui tutto dipende dalla capacità di sopravvivenza.

Tuttavia.
Se volessimo tornare all’etimologia reale di queste parole, dovremmo fare molta più strada e fatica, uscire dalla città, raggiungere uno spazio di natura abbastanza esteso – a volte è necessaria molta molta strada – e trascorrervi una quantità significativa di tempo.
In silenzio. Possibilmente camminando.
Il primo senso a riattivarsi, a essere stupito, sarebbe l’olfatto: il fresco che sale dalla terra umida, l’ambra balsamica delle resine, l’odore che fa il muschio calpestato.
Poi, per non inciampare, torneremmo a far caso a dove mettiamo i piedi, e a toccare con le mani le cose intorno, ruvide, collose, scivolose: un pavimento levigato in fondo è solo una forzatura a cui siamo troppo abituati. (In partenza qualcuno ha tracciato per noi un percorso, qualcuno potrebbe dire un solco, senza ostacoli.)
I benefici legati alla vista e all’udito potrebbero riguardare una capacità ritrovata di guardare e ascoltare.
Al crepuscolo, potrebbe sopraffarci un senso primordiale di smarrimento misto a eccitazione.
Nel buio pesto, tutti i sensi si riunirebbero in assemblea, innescando meccanismi sopiti.
Un sistema arcaico in cui ogni elemento, vivente e non, è in armonia con l’altro, perché conosciuto e condiviso, in poco tempo finirebbe per sostituirsi al ridicolo ordine di idee imposto dalla cosiddetta civiltà.

Datemi come amici e vicini esseri umani selvatici, non addomesticati. Henry David Thoreau

Se guardiamo all’ultimo lavoro di Alessandro Ciccarelli, ciò che salta agli occhi è proprio il pacato tentativo di rappresentare una etimologia emotiva del (proprio) lato selvatico. Sono le immagini di un istinto, la traccia di una esplorazione e delle risultanti sensazioni.
Tutti frame di un ecosistema mentale e fisico da ricomporre, a partire dagli elementi fondanti, rievocati da una rappresentazione umana: è sulla pellicola e nei suoi colori che ritroviamo l’idea di acqua, aria, terra e fuoco, non invece nella realtà ritratta, proprio perché questa non è più immediatamente accessibile.
Dal verde smeraldo e totale dei tronchi puntati verso il cielo e del cielo, al bianco sporco delle fitte nebbie, dal rosso di quando naturale e umano entrano in relazione ai marroncini di un sottobosco, i colori diventano complici del fotografo e contribuiscono a un’operazione archeologica dei propri istinti: non si sa né a quale tempo né a quale spazio appartengano la pellicola fotografica, i colori e le intenzioni. È solo possibile riconoscere il senso intuìto della propria selvatichezza, tratto da una natura che interroga, che istiga al dubbio, la cui forza è rintracciabile proprio nelle nebbie e nelle evanescenze.
È un’operazione anche ecologica: mondarsi di tutti i residui artificiali.
Talvolta può capitare che l’immagine si apra e abbracci pacificata tutto il circostante: qualche dubbio è sciolto, ma dura solo un attimo.
Queste sono le fotografie di uno spazio disabitato, lo spazio del selvatico.
Potremmo scorgere sentieri suggeriti come possibili per una riconnessione, ma a guardare bene, nessuno dei sentieri è davvero consigliato. Tronchi caduti, spezzati o tagliati, scorci inaccessibili, e un vago senso di mistero, sono la prova che il percorso è travagliato. Non può essere indicato, ma soltanto intrapreso in una maniera molto intima, ed evocato, in una maniera molto personale.

Spesso mi lasciano ritornare a un prato/ come fosse proprietà accordata dalla mente/ che impone certi limiti al caos. Robert Duncan

Il mondo occidentale dà alla parola selvatico un’accezione oscura e negativa, la rifiuta.
Selvaticità è invece un ritorno all’armonia primitiva che è il nervo più resistente.
Dopotutto siamo orfani dell’ecosistema che ci ha creati, di un luogo in cui tutti gli elementi sono partecipi di un’interezza (chi potrebbe dire di essersi davvero adattato alla vita civile?).
Vivere, scrivere, rievocare questo posto è come parlare di un’interezza da cui l’essere umano ha deciso di tirarsi fuori.
Una distanza materiale dalle nostre origini, dunque, che è difficilmente colmabile.
Ma c’è dell’altro.
Il lato selvatico, quello interiore, comprende, a dosi variabili, caos, eros, tutti i tabù e un senso di ignoto, è il regno del demoniaco e dell’estatico insieme, della potenza archetipica, dove hanno origine i motori dell’insegnamento e del cambiamento, elementi di una potenza incontenibile.
In fondo potremmo percorrere pavimenti levigati per ancora molto tempo e nascondere sotto i tappeti tutto questo. Tornare selvatici è una pratica interiore, tutto sommato sconveniente di questi tempi.
Indagarla è un rischio che non molti hanno voglia di correre.

Mi piacerebbe poter dire/ Il Coyote sarà per sempre/ Dentro di voi./ Ma non è vero. Gary Snyder

Giusi Palomba


 

The word natura (nature) comes from natus that means ‘born’, and urus, the generative energy.
The word selvatico (wilderness) originates from selva (forest), which has the same root as sole (sun), and it means ‘to burn’.
The word wilderness comes from the Old English wildeornes, where deor is the animal of the forest, and it means, in a broad sense, a place of danger and difficulty in which everything depends on the ability to survive.

But.
If we wanted to go back to the real etymology of these words, we should go further back, leave the city, reach a large enough wild space – sometimes this takes a long long way – and spend there a significant amount of time.
In silence. Walking, if possible.

The first sense to be awakened and amazed, would be that of smell: the freshness rising from the damp earth, the balsamic amber of resins, the scent of the trodden moss.
Then, in order not to stumble, we would again pay attention to where we put our feet, and touch with hands all things around, rough, sticky, slippery: a polished floor is nothing more than a forcing to which we are too accustomed. (At the beginning, someone has mapped out a path for us – someone would say a rut – without obstacles.)
A rediscovered ability to watch and listen could be the blessing for vision and hearing.
At dusk, we could be overwhelmed by a primordial sense of loss mixed with excitement.
In the dark, all senses would gather, triggering dormant mechanisms.
In a short time, an archaic system, in which each living and inanimate element is in harmony with the other, known and shared, would replace the ridiculous line of thinking imposed by the so-called civilization.

Give me as friends and neighbors wild men, not tame ones. Henry David Thoreau

If we look at the latest work of Alessandro Ciccarelli, what catches the eye is exactly the calm attempt to represent an emotional etymology of (his own) wild side. It’s about the images of an instinct, a trace of an exploration and the resulting sensations.
They are all frames of a mental and physical ecosystem to recompose from founding elements, evoked by a human representation: it is on the film and its colors that we can find the idea of water, air, earth and fire, but not into the portrayed reality, because this it is not immediately accessible.

From the total, emerald green of logs aiming at the sky – and of the sky – to the off-white of the dense fogs, from the red that comes when natural and human enter into a relationship with the brownish of the undergrowth, the colors become the photographer’s accomplices and contribute to an archaeological activity on instincts: no one knows to what time or space the film, colors and intentions belong. It’s only possible to recognize the guessed sense of our own wilderness, sensed from a nature that queries and incites doubt, a nature whose strength is to be found precisely in fogs and fadings.
It is also an ecological operation that cleans ourselves of all artificial residues.
Sometimes the image happens to open itself and, pacified, embraces all surroundings: some doubt is lost, but it only lasts a moment.
These are photos of an uninhabited space, the space of wilderness.
We could see paths suggested as a possible reconnection but, if we pay close attention, none of them are really recommended. Fallen, broken or cut logs, imperviuos corners, and a vague sense of mystery, are the proof that the path is troubled. It can not be shown, but only undertaken in a very intimate way, and evoked, in a very personal way.

Often I am permitted to return back to a meadow / as if it were given property of the mind / that certain bounds hold against the chaos. Robert Duncan

The Western world gives dark and negative connotation to the word “wild”, it rejects it.
On the contrary, wilderness is a return to primitive harmony that is the most resistant nerve.
After all, we are orphans of the ecosystem that created us, a place where all elements are partakers of wholeness (Who can really say to be completely adapted to civilized life?).
Living, writing, evoking this place is like talking about a wholeness from which the human being has decided to pull out.
Therefore, a material distance from our origins that it is hard to fill.
But there’s more.
The wild side, the inner one, includes, at varying doses, chaos, eros, all taboos and a sense of the unknown. It is the joint realm of the demonic and ecstatic, of the archetypal power, where the engines of teaching and changing – elements of an overwhelming power – originate.
After all we could walk on polished floors for quite long time and hide all this under a carpet. Returning to the wild is an inner practice which, everything taken into consideration, is unseemly in our time.
Its investigation is a risk that not many are willing to take.

I would like to say / Coyote is forever / Inside of you. / But it’s not true. Gary Snyder

Giusi Palomba

The short URL of the present article is: http://monkeyphoto.org/rlk3l

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